La natura qualitativa e quantitativa della dieta influenza significativamente l’andamento della nostra salute.
Ma al contrario di quanto si creda, il protagonista della storia non è il peso corporeo; bensì, l’obesità.
L’obesità non riflette univocamente il peso corporeo, ma è una condizione patologica multifattoriale, che nella sua complessità coinvolge interamente le funzionalità del nostro organismo.
Si tratta, per l’appunto, di una patologia infiammatoria silente e cronicizzata nella quale si trovano implicati il metabolismo, il sistema epatico, il microbiota intestinale e conseguentemente, l’andamento della composizione corporea nel rapporto tra adipogenesi e preservamento muscolare.
L’obesità è una malattia cronica caratterizzata da un accumulo disfunzionale di adipe a livello viscerale, condizione che innesca lo sviluppo di un’infiammazione di basso grado; quest’ultima, aumenta la morbilità e la mortalità del soggetto colpito.
In particolare, le cellule adipose possiedono la capacità di “ricordare” lo stato basale del paziente in seguito alla perdita di peso; una programmazione genetica e biochimica che vede nel tessuto adiposo la sua predisposizione a ripristinare il grasso perso.
Attualmente, nella pratica clinica sempre più spesso si osserva come le persone persone ritengano l’obesità un aspetto univocamente correlato al peso corporeo, associando di controparte ed in modo esclusivo la magrezza ad una perdita di peso salutare.
In realtà, sovrappeso e obesità incidono significativamente sulla qualità della vita, in quanto condizioni patologiche legate alla salute generale del nostro corpo, per il quale l’andamento del peso è solo un risultato numerico! Di fatto, è il metabolismo il direttore d’orchestra della nostra salute, ad influenzare in maniera diretta le modificazioni della composizione corporea.
Tale considerazione ridefinisce il termine obesità, consentendo un approccio innovativo alla diagnosi ed al trattamento della malattia, per il quale viene evidenziata l’importanza di valutare non solo il peso corporeo, non solo un Indice di Massa Corporea (IMC), ma anche la quantificazione e la distribuzione stimate sia del tessuto adiposo, sia del tessuto magro. Ciò è reso possibile grazie al monitoraggio del nostro metabolismo basale ed in parallelo, alla elaborazione di protocolli dietetici personalizzati.
Secondo la Commissione Lancet Diabetes & Endocrinology del 2025, l’obesità è una malattia infiammatoria sistemica che evolve come un accumulo di adiposità sulla funzionalità di organi e tessuti, compromettendo la salute dell’organismo nel manifestarsi anche attraverso l’eccesso del peso corporeo.
Tra le principali cause legate all’adipogenesi associata all’obesità: le scelte alimentari quotidiane. La natura qualitativa e quantitativa della nostra dieta, infatti, influisce sul metabolismo e di conseguenza, sullo sviluppo dell’obesità e sulle modificazioni della composizione corporea.
A riprova di ciò, ricerche recenti mostrano come le scelte alimentari influenzano la salute epatica, tali da rivelarsi possibili promotrici di steatosi epatica metabolicamente associata (MASLD) e del decorso della stessa. La motivazione risiede nella tendenza della steatosi epatica metabolicamente associata (MASLD) a svilupparsi come una condizione patologica legata alla sindrome metabolica ed all’insulinoresistenza, tale da poter evolversi in alcuni casi a fibrosi epatica e nelle situazioni più gravi, in cirrosi.
In dettaglio, la MASLD è mediata dalla resistenza insulinica, la quale causa l’accumulo di grassi nel fegato. Quando si accompagna ad infiammazione cronica ossidativa adipe-associata può subentrare fibrosi, una risposta modulata da cofattori genetici ed ambientali.
Ragionevolmente, la gestione terapeutica della MALSD e più in generale, della sindrome metabolica e delle comorbidità complessivamente promuoventi quest’ultima, prevede in linea primaria interventi di miglioramento della resistenza insulinica per la lipolisi e la perdita di peso, attraverso la rieducazione nutrizionale e cambiamenti da adottare nello stile di vita quotidiano.
In proposito, diversi studi condotti su pazienti colpiti da steatosi epatica metabolicamente associata hanno consentito di esplorare il legame tra composizione della dieta e stato di salute epatica. Dai questionari compilati relativi allo stile di vita condotto ed alla frequenza del consumo di alimenti specifici, è emerso come alcune abitudini alimentari siano in grado di determinare un miglioramento della steatosi e/o di preservare lo stato di salute del fegato, riducendo il rischio di insorgenza di disfunzione metabolica e fibrosi.
A livello nutrizionale, di importanza a riguardo spicca il consumo di alimenti ricchi in vitamina K, caffeina, betaina, alcuni amminoacidi e beta-carotene. Al contrario, abitudini alimentari come l’assunzione eccessiva di fruttosio, di carboidrati raffinati e di grassi idrogenati si correla ad un maggiore rischio di sviluppare MASLD ed al suo progredire nella forma più grave.
Nonché, l’assunzione elevata di sale, grassi insaturi, saturi e coniugati e di fonti alimentari contenenti ferro non-eme è risultata associarsi ad un aumento del rischio di sviluppo e/o progressione della MASLD. Nella maggior parte dei casi, tale condizione metabolica si è manifestata concomitante alla presenza di resistenza insulinica prediabetica.
Dunque, se ne evince come l’alimentazione sostenuta non rappresenti solo un complemento, ma un vero e proprio fattore modificabile direttamente modulatore di dismetabolismo e della disfunzione metabolica fegato-associata.
In tal senso, interventi alimentari mirati possono rappresentare un aspetto di rilievo nella prevenzione e nel trattamento del dismetabolismo e specificatamente, della steatosi del fegato; in aggiunta, all’attività fisica, al controllo glicemico e dei parametri di funzionalità epatica e ad una minuziosa sorveglianza a lungo termine della composizione corporea.
In relazione a quanto inizialmente discusso: l’aderenza ad guida dietetica che predilige l’assunzione di fibre, di micronutrienti, di grassi vegetali e fitosteroli e che bilancia l’apporto dei macronutrienti nelle loro frazioni adeguatamente alla fisiologia ed al fabbisogno energetico individuali, in sinergia alla sorveglianza dello stato corporeo in termini di peso e composizione, può fare la differenza nella sorveglianza metabolica e nella prevenzione di malattia, specie in presenza di fattori di rischio conclamati.
Nell’ambito, l’uso di strumenti diagnostici avanzati che superano i limiti forniti dal controllo numerico del peso corporeo e dell’Indice di Massa Corporea (IMC), rende possibile valutare con precisione il grado di adiposità legata all’obesità. Tra questi, l’impiego della bioimpedenza elettrica (BIA) nella sua forma più innovativa (tecnologia di base vettoriale), consente di ottenere stime quantitative accurate ad alta sensibilità dei parametri come: massa grassa, massa magra, massa muscolare totale, massa muscolare scheletrica ed appendicolare; parallelamente, alla conoscenza dei livelli di idratazione e di bilancio nutrizionale corporei.
La storia della nostra obesità è narrata dalla dieta che sosteniamo. Ciò avvalora l’importanza di affidare la propria salute alla figura del nutrizionista.
