Il legame tra reflusso gastroesofageo ed abitudini alimentari: fisiopatologia ed intervento nutrizionale.
La malattia da reflusso gastroesofageo (GERD, Gastroesophageus Reflux Disease) è uno dei problemi di salute più comuni, nel cui sviluppo svolgono un ruolo fattori biopsicosociali complessi. Non solo le cattive abitudini alimentari, ma anche lo stress psicologico esercita effetti aggravanti sui sintomi legati alla malattia.
Si evidenzia un’incidenza globale della malattia del 13,98%, con il riscontro di tassi più elevati (10-33%) in Nord America, Europa e Medio Oriente e di tassi medio-elevati in Turchia e nei Paesi Occidentali (10-20%).
Il reflusso gastroesofageo è una problematica di salute importante che colpisce il tratto gastrointestinale superiore. Si tratta di una condizione caratterizzata da sintomi fastidiosi recati da un’infiammazione che si sviluppa a livello dell’esofago. A causarla, infatti, è la produzione di reflusso da parte del contenuto dello stomaco, a colpire il tratto esofageo e/o la cavità orale. I sintomi più diffusi includono dolore toracico dovuto al bruciore di stomaco, rigurgito e difficoltà nella deglutizione. In alcuni casi, possono verificarsi anche manifestazioni extraesofagee come tosse, raucedine e laringiti.
Questa malattia può essere definita come il passaggio involontario del contenuto dello stomaco nell’esofago, evento che negli individui sani decorre fisiologicamente durante l’adattamento dello stomaco al cibo assunto, nel periodo postprandiale. Il rilassamento temporaneo dello sfintere inferiore dell’esofago (LES, Lower Esophageal Sphincter), o l’incapacità del tono dello sfintere di adattarsi alle variazioni della pressione intra-addominale determinano lo sviluppo di reflusso.
Conseguentemente, il reflusso gastroesofageo è un disturbo che influisce negativamente sull’individuo che ne è affetto, tanto da indurne atteggiamenti ricorrenti come: disadattamento comportamentale, ansia nel rapporto con l’alimentazione quotidiana, disturbi del sonno e depressione. Perciò, la malattia necessita di trattamenti finalizzati a ridurre il rischio insorgano complicanze severe, come la stenosi esofagea e l’adenocarcinoma dell’esofago. Tra gli interventi possibili: la pratica nutrizionale ed il supporto farmacologico.
La terapia farmacologica si basa solitamente sull’uso di farmaci noti come inibitori della pompa protonica o PPI, in grado di agire attenuando la secrezione acida ed il reflusso. Tuttavia, una discreta percentuale di pazienti compresa tra il 10% ed il 40% non risponde efficacemente al trattamento; tale stato di malattia si definisce reflusso gastroesofageo refrattario.
In linea di principio, dunque, in aggiunta alla terapia farmacologica, a rappresentare un intervento mirato ed efficace è il cambiamento delle abitudini alimentari e dello stile di vita. Ciò ha la finalità di alleviare i sintomi associati al reflusso, o comunque, di prevenire il peggioramento della malattia. Tra gli atteggiamenti consigliati: non andare a letto subito dopo cena ed evitare di consumare pasti durante la notte, alzare la testa del letto di 15-20 cm durante il riposo e prestare attenzione all’idratazione.
Unitamente a ciò, è necessario sottolineare come vari fattori contribuiscano negativamente all’eziopatogenesi del reflusso gastroesofageo. Tra questi, non solo le cattive abitudini alimentari ma anche l’obesità e l’adiposità, lo stress e l’ansia, lo stile di vita sedentario, la mancata igiene del sonno, il fumo e l’alcol, il diabete, il consumo eccessivo di caffè e di caffeina, di tè, di menta e di cioccolato.
Sicché, l’intrapresa di un percorso dietoterapeutico costituisce una motivazione valida non solo allo scopo di perdere peso migliorando l’Indice di Massa Corporea, ma anche di rivalutare la qualità dell’alimentazione nel tentativo di attenuare i sintomi legati alla malattia. Seppur la farmacoterapia sia considerata la prima linea di intervento, sono i cambiamenti nelle abitudini dietetiche a garantire l’efficacia del trattamento, in sinergia all’azione del farmaco.
Sotto il profilo fisiopatologico, a provocare il reflusso gastroesofageo è la fuoriuscita ed il conseguente transito del contenuto dello stomaco nell’esofago. Spesso, il contenuto dell’ambiente gastrico è costituito da succhi acidi, enzimi digestivi e sali biliari, potenzialmente in grado di danneggiare le mucose dell’esofago. In condizioni fisiologiche, il reflusso è un evento che si verifica per peristalsi dell’esofago durante la digestione, ma è di breve durata e non causa alcun sintomo. Al contrario, l’evento si conclama in malattia quando l’irritazione persiste comportando lesioni esofagee e/o a livello della cavità orale.
Nell’ambito di ciò, dal punto di vista terapeutico, l’alimentazione si rivela essere una strategia funzionale nel trattamento del reflusso gastroesofageo, data la sua azione efficace e diretta sostenuta dalla terapia farmacologica. Nel contesto, gli alimenti ritenuti funzionali al trattamento della malattia mostrano la capacità di alleviarne i sintomi e di determinare un decorso migliore del processo digestivo.
In generale, si può affermare come ridurre il consumo dei cibi grassi e ridurre le porzioni consumate, evitando di mangiare durante la notte o troppo nel pasto che precede il riposo, siano in prima battuta le strategie di intervento sulle proprie abitudini.
Nella relazione con il reflusso gastroesofageo, la dieta è un fattore ambientale di rilievo nella gestione della malattia, in quanto l’alimentazione influenza la predisposizione genetica, fisiologica e metabolica dell’individuo. Nonché, il subentrare di disfunzioni come l’ernia iatale e le malattie metaboliche promuove un decorso negativo della malattia.
Quanto ai fattori di rischio modificabili correlati all’alimentazione:
la velocità nel consumo dei pasti
i lunghi intervalli tra il consumo di un pasto ed il successivo
i brevi intervalli tra il consumo di un pasto ed il sonno
in maniera associata al sostenimento di una dieta ricca in grassi, zuccheri raffinati, agrumi, bevande gassate, salsa di pomodoro, cibi piccanti e fritti
favoriscono l’accentuazione del reflusso. Il motivo è legato alla prolungata esposizione dell’esofago ai succhi gastrici, che è dovuta ad una riduzione della pressione esercitata dallo sfintere esofageo, recata dal cibo in digestione.
Diversamente, a riprova del valore dell’intervento nutrizionale nel trattamento di malattia, le evidenze cliniche secondo cui: sostenere una dieta che includa l’apporto di alimenti ricchi in fibre, micronutrienti ed antiossidanti, e dei latticini e loro derivati, non determina un aumento del rischio di disfagia.
Inoltre, sebbene alcuni studi mostrino risultati contrastanti circa la percezione individuale del miglioramento o del peggioramento della sintomatologia, in associazione alla dieta sostenuta, tra le strategie terapeutiche attuabili: limitare l’assunzione di alimenti di origine animale ricchi in grassi e proteine, ridurre l’assunzione di cibi raffinati od elaborati, limitare il consumo di bevande zuccherate e ridurre le porzioni nei pasti consumati. Questo perché la presenza di grandi quantità di bolo in digestione determina un rallentamento delle contrazioni dell’esofago, che ha come conseguenza una maggiore durata del reflusso.
Nonché, evitare per quanto possibile l’esposizione ad allergeni ed al fumo di sigaretta, limitare il consumo di caffeina e di alcol ed inserire la pratica regolare dell’esercizio fisico nella vita quotidiana.
In una visione d’insieme, se ne evince quanto la dietoterapia intesa come cambiamento alimentare qualitativo e soprattutto, quantitativo rappresenti un intervento importante nel monitoraggio del reflusso gastroesofageo. La riduzione delle quantità e l’attenzione alla qualità dietetiche agiscono direttamente sul processo digestivo, influenzando la capacità di secrezione dello stomaco, influenzando quindi all’andamento del reflusso ed i suoi effetti a livello della mucosa esofagea.
La mucosa esofagea costituisce una barriera protettiva verso le sostanze presenti nell’ambiente gastrico durante la digestione. Grazie alla sua composizione strutturale, questa barriera ha la funzione di proteggere l’esofago dal reflusso ed in particolare, dal rilascio di sostanze come l’acido gastrico e la pepsina dello stomaco, ed i sali biliari e gli enzimi pancreatici del duodeno.
L’esposizione al reflusso prolungato può danneggiare tale barriera difensiva; ed in parallelo, anche l’abuso di farmaci può comportarne il deterioramento, creando un ambiente eccessivamente tamponante in grado di esacerbare l’infiammazione ed i sintomi associati.
Ad oggi, la dietoterapia supportata dalla farmacologia e la condotta di uno stile di vita sano costituiscono la migliore strategia di intervento nel trattamento del reflusso gastroesofageo. In concomitanza alla pratica di attività fisica regolare ed ai cambiamenti abitudinali, la dieta si dimostra essere una terapia funzionale in termini di protocollo alimentare individuale, specifico alla fisiologia, al metabolismo ed allo stato patologico in atto del paziente.
