Lo stress rappresenta una sfida nel rapporto tra cibo ed emozioni per il corpo, attore e regista dell’influenza di quest’ultimo sull’alimentazione.
A tavola per riempire un vuoto, o mangiare per necessità metabolica? Talvolta, è la risposta emotiva di fuga da un disagio, in altri casi è la risposta fisiologica associata al bisogno, in altri ancora, è la risposta psicologica recata da un disturbo.
Ogni giorno il nostro corpo attua risposte di adattamento a stimoli esterni: dalle sensazioni di gusto, olfatto e palatabilità evocate dal cibo, al senso di appetito e di fame che nasce come bisogno metabolico, al tono dell’umore che può influenzare la nostra natura psicosomatica.
Ma come riconoscerli? E soprattutto, quando tali possono essere interpretati come una condizione di “stress”?
In ambito psicologico, lo stress ed il comportamento alimentare sono forze interdipendenti che influenzano notevolmente la salute mentale e fisica. Pertanto, sia ciò che mangiamo, sia il modo in cui lo facciamo incidono sul nostro benessere. I così definiti “modelli disadattativi” – ad es. mangiare in risposta a stimoli emotivi anziché alla fame fisiologica – stanno diventando sempre più diffusi, a causa delle attuali condizioni sociali di stress e di un ambiente alimentare iper-processato.
A svolgere un ruolo centrale nel rapporto tra cibo ed emozioni è il terzetto Psiche, Microbioma e Nutrizione, secondo il quale l’andamento dello stress è in grado di interferire con le interazioni intestino-cervello, mentre la qualità della dieta influenza il controllo emotivo ed il comportamento alimentare.
In particolare, esiste una relazione reciproca tra modelli nutrizionali e salute mentale. Il nostro stato emotivo e/o mentale interferisce con il comportamento alimentare ed allo stesso modo, il modo in cui mangiamo e cosa mangiamo influenzano il nostro benessere psicologico. La riprova di ciò sono gli atteggiamenti a tavola nei quali spesso cadiamo, tra cui: gli attacchi di fame, il saltare i pasti per inappetenza, o ancora, l’adattamento a scelte alimentari poco salutari e non impegnative da gestire. Nonché, inconsapevolmente, la scelta di determinati protocolli dietetici suscita la demonizzazione di alcune categorie di alimenti, poiché ritenute un ostacolo al mantenimento della forma fisica. Complessivamente, si tratta di atteggiamenti che rientrano nella sfera della psicologia nutrizionale, influenzando quotidianamente il nostro stato di salute emotiva e somatica.
La salute psichica influenza la qualità della dieta e la fisiologia del microbiota intestinale; ed analogamente, le scelte alimentari e le disbiosi possono ripercuotersi negativamente sulla sfera psicologica individuale. Ad oggi, con il termine “l’emotional eating” ossia “il mangiare emotivo” viene definita la tendenza psicologica a consumare troppo o troppo poco cibo, in risposta a condizioni di stress od emozioni negative.
Sicché, talvolta, tale condizione contribuisce negativamente alla qualità della dieta sostenuta, allo sviluppo di obesità ed all’insorgenza di disturbi psicologici. A confermare l’esistenza di questo fenomeno sociale, uno studio condotto dalla American Psychological Association Stress, il quale ha riportato come tra gli adulti: il 38% afferma di mangiare troppo, o di ricorrere al mangiare cibi spazzatura a causa dello stress, il 49% afferma di farlo settimanalmente; il 30% riferisce di saltare i pasti a causa dello stress ed il 41% di cadere frequentemente in questa scelta. In generale, si ipotizza che l’aumento del carico di stress sulla popolazione contribuisca allo sviluppo diffuso di disturbi del comportamento alimentare, specie tra i giovani od in situazioni di emarginazione.
Dal punto di vista psicosomatico, a rafforzare questo atteggiamento sono la disregolazione dell’asse neurale ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) e l’elevata disponibilità industriale di alimenti ultra-processati, ove questi ultimi dirottano la psiche verso percorsi di “ricompensa e/o compensazione” dalle negatività psicologiche. Inoltre, un’ulteriore sfida è data da quanto lo status socioeconomico, il modello culturale, la posizione geografica, l’età, il sesso e le abitudini a tavola individuali influenzano il comportamento alimentare. Lo status sociale, il concetto di forma fisica, l’idea di immagine estetica corretta e come le condizioni di stress vengono percepite determinano notevoli differenze sulla natura dei disturbi del comportamento alimentare causati dallo stress psicologico. Tanto è vero che, i disturbi alimentari recati dallo stress colpiscono prevalentemente le donne, in maniera associata a fluttuazioni ormonali, infiammazione ed alterazioni epigenetiche.
In linea con quanto esposto, lo stress coinvolge il nostro metabolismo innescando adattamenti fisiologici che vengono regolati per via ormonale. La frequenza e l’entità con cui i diversi fattori stressogeni incidono sulla fisiologia del nostro organismo può determinare alterazioni della funzionalità ormonale e disfunzioni metaboliche. Nello specifico, l’adattamento allo stress, infatti, si traduce nell’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), alla quale fa seguito una risposta ormonale, che è il rilascio in aumento di cortisolo. Tra le funzioni svolte, il cortisolo induce un aumento dell’appetito e dell’appetibilità verso cibi altamente energetici, ricchi in zuccheri e in grassi. Di conseguenza, nella gran parte dei casi lo stress induce un aumento dell’appetito e complessivamente, una scarsa moderazione nel mangiare.
Mangiare sotto stress secondo una tendenza all’appetito che è cortisolo-dipendente può provocare nel sistema nervoso una perdita dei meccanismi di ricompensa nel cervello, avvertiti normalmente dalla sfera mesolimbica, ad innescare atteggiamenti di “alimentazione compulsiva per il sollievo temporaneo”. Tale cambiamento neuro-ormonale crea un circuito fisiologico per il quale lo stress induce ad alimentarsi e a sua volta, l’alimentarsi interrompe la regolazione metabolica perpetuando la disregolazione emotiva.
Vari studi hanno evidenziato come il tono dell’umore influenzi l’asse neuro-ormonale che coinvolge il cortisolo inducendo l’individuo a prediligere la scelta di cibi ipercalorici e soprattutto altamente zuccherini, confortanti negatività psicologiche come senso di colpa, tristezza da solitudine, vuoto interiore dovuto alla mancanza di autostima.
Un comportamento che sottolinea come lo stress possa indurre risposte del tipo “compensazione alla restrizione”, a richiamare in taluni casi, la necessità di interventi psicoterapeutici volti a stimolare la ricerca di consapevolezza: del sé, delle proprie azioni e del valore nutrizionale del cibarsi.
In tal senso, anche l’interocezione ovvero la capacità di percepire e di interpretare distintamente i segnali e/o stati corporei interni come la fame, l’appetito, la sazietà e l’eccitazione emotiva, svolge un ruolo fondamentale nel controllo emotivo individuale e nella regolazione del rapporto emotività-alimentazione.
Di fatto, una ridotta interocezione si associa ad un’alimentazione che è bisogno emotivo e non necessità fisiologica, in funzione di un riconoscimento compromesso della sensazione di sazietà ed un maggiore stress percepito. Di riflesso, gli stati infiammatori causati dalla disregolazione dell’asse nervoso ipotalamo-ipofisi-surrene possono portare ad una perdita dell’interocezione.
In una visione d’insieme, si può affermare come “l’emotional eating” o “mangiare emotivo” non sia semplicemente una stranezza comportamentale, ma una disregolazione biologicamente innescata, rinforzata dall’ambiente e mediata dalla psiche. La sua comparsa è multifattoriale, influenzata da meccanismi neuro-ormonali, distorsioni cognitive, deficit del controllo emotivo e modelli alimentari spesso tramandati dall’infanzia.
Correlatamente a quanto già discusso, è emerso come l’asse ipotalamo-ipofisi coinvolga anche la funzionalità intestinale. Si tratta di una rete bidirezionale che collega sistema nervoso, intestino e circuiti ormonali, nella fattispecie il sistema endocrino nella sua regolazione del comportamento, della cognizione, dell’umore e dell’emotività.
La dieta rappresenta la variabile più importante nell’influenza che lo stile di vita ha sulla salute intestinale ed ormonale. Ciò in associazione al ruolo assunto dal microbiota dell’intestino in risposta all’alimentazione e quindi, alla neuro-infiammazione ed alla regolazione dell’umore. È stato osservato come pazienti colpiti da infiammazione sistemica dieta-associata presentino tassi di stress più elevati, disturbi post-traumatici e depressione. A sottolineare il legame, il sostenimento di diete caratterizzate da cibi ultra-processati altamente ricchi in zuccheri e grassi, ma povere in fibre. In maniera specifica, il sostenimento di diete ipercaloriche determina una scarsa attività fermentativa della fibra da parte del microbiota intestinale. L’evento metabolico predispone l’organismo allo sviluppo di infiammazione, deterioramento nella permeabilità della mucosa intestinale, disbiosi, alterazione dell’equilibro elettrolitico ed una perdita dei meccanismi di regolazione neuro-ormonale dell’appetito e dell’assorbimento dei nutrienti. Ciò espone l’organismo ad un incrementato rischio di sviluppare obesità, sindrome metabolica e patologie croniche di vario genere.
Pertanto, nell’ambito della psicologia nutrizionale, la qualità della dieta rappresenta l’intervento terapeutico centrale nel preservamento dello stato di salute individuale, nel trattamento e/o nella prevenzione dei disturbi psicoemotivi causati dallo stress e di conseguenza, associati al comportamento alimentare.
Il sostenimento di una dieta qualitativamente e quantitativamente equilibrata, che non trascura né gli apporti in macronutrienti (grassi monoinsaturi e polinsaturi, carboidrati a basso indice glicemico e proteine vegetali) né negli apporti in micronutrienti (tra cui vitamine, polifenoli, terpenoidi e composti bioattivi) è in grado di migliorare la salute del microbiota intestinale – ricchezza nella diversità microbica – e la funzionalità neuro-ormonale dell’asse intestino-cervello. Pertanto, un’alimentazione consapevole, che enfatizza il consumo del cibo in relazione alla necessità fisiologica ed orientata all’interocezione verso il proprio corpo, rende possibile un miglioramento del proprio stile di vita e del comportamento dietetico.
Attualmente, il protocollo alimentare Mediterraneo basato costituisce la strategia dieto-terapeutica più completa e versatile nell’ambito di questo aspetto, per la sorveglianza dell’Indice di Massa Corporea, della composizione corporea, della salute metabolica e del sistema nervoso; ed in parallelo alla pratica dell’attività fisica, un contributo positivo al benessere psicologico e psicofisico.
